mercoledì 14 novembre 2012

E' fatto così !


di Castelnuovo Sabina




animazioni e commento di Gilardi Roberto

Scuola dell’infanzia, un giorno come un altro. È il momento dell’uscita, e nel giro di un quarto d’ora mamme, papà, nonne e babysitter si affacciano alla porta dell’aula; i bimbi sono seduti in cerchio, e quando arriva il loro turno si alzano, vanno loro incontro, salutano la maestra, e corrono verso l’uscita.


Oggi però è diverso, dev’essere successo qualcosa: quando entro nell’aula, mia figlia Margherita col faccino preoccupato, sta guardando la maestra che parla con un suo compagno. Non mi va di interrompere e aspetto. Capisco così che il bambino a cui parla la maestra ha appena tirato un bicchiere (fortunatamente di plastica) in testa a un’altra bambina, che è seduta lì vicino, con gli occhioni pieni di lacrime e un bel segno rosso sulla fronte.
Sergio (nome di fantasia), sembra piuttosto arrabbiato, col visetto imbronciato e lo sguardo rivolto a terra. Si appoggia alla mamma, e da principio mi sembra quasi mortificato. Ma quando la maestra gli fa notare che con il suo gesto, oltre ad aver trasgredito a una regola, ha fatto male alla compagna, e dovrebbe chiederle scusa, alza gli occhi e risponde con voce sicura: “No!”
A questo punto interviene la mamma … ma invece di parlare al figlio, si rivolge alla maestra: “insomma, mio figlio è fatto così, non c’è niente da fare! È tanto buono ma se gli saltano i cinque minuti…”. Poi guarda la bambina e le dice: “Ormai sono tre anni che lo conosci, non hai ancora capito che devi lasciarlo stare?”
Prende suo figlio per mano e se ne va.
Interrompo qui il racconto relativo a quel pomeriggio, vorrei soffermarmi sulla frase “mio figlio è fatto così!” (rigorosamente con il punto esclamativo) che tante volte ho sentito pronunciare in questi anni, sia durante incontri formativi con gruppi di genitori, che nella mia vita di tutti i giorni, soprattutto sui cancelli delle scuole frequentate dalle mie figlie.
Cosa significa “mio figlio è fatto così!”? Cosa spinge un genitore a pronunciare queste parole? Quali i sentimenti, le intenzioni?
L’origine di questa frase potrebbe essere, e a volte è, un sentimento di profonda accettazione: i genitori devono imparare con il tempo a conoscere e ad accettare il proprio bambino, con i suoi pregi e i suoi difetti, rispettarne carattere e inclinazioni… lo sanno tutti!
Su quale manuale non troviamo un’indicazione di questo genere? Giusto e sacrosanto.
Quando un figlio si sente accettato e amato così com’è dai propri genitori, e non perché raggiunge certi risultati, migliora la propria autostima, elemento fondamentale per la crescita. Però a volte si rischia, in nome dell’accettazione, di dare il proprio assenso a comportamenti che con la crescita hanno poco a che vedere.
Innanzitutto perché si fa confusione sul significato da dare alla parola “accettazione”.
Anche se a volte il confine è molto sottile, accettare, ascoltare, comprendere non significano giustificare. Tornando all’inizio dell’articolo, è proprio quello che ha fatto la mamma di Sergio: ha giustificato l’azione del figlio; non il suo “no”, la sua fatica a chiedere scusa, non la sua rabbia, ma il suo usare la forza e picchiare gli altri bambini quando “gli saltano i cinque minuti”: mio figlio è fatto così, io lo accetto così com’è (e anche gli altri lo devono accettare, compreso chi si becca il suo bicchiere in fronte!)
La mamma di Sergio non è sola in questa convinzione… ripenso a frasi come:
“Mio figlio guarda la tv tutto il pomeriggio? Sì, fa solo quello, o gioca con i videogiochi, ma sai, purtroppo non ha la passione per la lettura!”
“Lui è fatto così: quando vede una bambina più piccola non resiste: deve correre a tirarle i capelli, anche se non la conosce”
“Un fratellino? No, gliel’abbiamo chiesto ma dice che non lo vuole… peccato! A me e mio marito sarebbe piaciuto, ma non posso certo obbligarla!”
“Ha voluto assolutamente vestirsi così; lo so che non è adatto a una bambina, ma lei (quattro anni, ndr) non è come sua sorella, ci tiene alla moda”
“La maestra dice che non dovremmo far vedere a Giorgio (tre anni, ndr) tanti combattimenti di Wrestling in TV, perché a scuola lui e i suoi compagni fanno a botte tutto il giorno. Ma cosa ci posso fare se gli piacciono? E poi, per i maschi non ci sono altri programmi!”
“Ho dovuto mettere la TV in cucina perché senza cartoni mio figlio non mangia; cosa ci vuoi fare, è fatto così: il cibo in sé proprio non gli interessa!”
“Caspita! Tuo figlio si rifà il letto? Che fortuna, la mia no”
“Tu sei fortunata, perché le tue figlie sono brave”
È davvero solo questione di fortuna? I bambini sono come “gratta e vinci”?
“La vita è come una scatola di cioccolatini, non sai mai quello che ti capita”, dice Tom Hanks-Forrest Gump in un celebre film.
Seguendo il filo logico (logico?) di questo discorso, potremmo dire lo stesso per i figli: è questione di fortuna, quello che capita capita. L’importante è capire il figlio che ti è “capitato”, e accettarlo così com’è. Giusto? Sì … e no.
“Mio figlio è fatto così!” richiama l’”io sono fatto così” che spesso chiude una discussione tra adulti. A me ha sempre dato fastidio quando qualcuno mi ha messo di fronte a questa affermazione, che suona come un ultimatum: prendere o lasciare. Mi ha sempre dato fastidio perché dice la non disponibilità dell’altro a cambiare, a usare del tempo per capire le mie ragioni, a fare un po’ di fatica, anche.
Ecco, la fatica. Penso stia qui il nocciolo del problema.
Educare è un lavoro appassionante ma faticoso, da ricominciare ogni giorno, come quello del contadino, che si reca nei campi tutte le mattine e tutte le mattine deve usare forze, intelligenza, esperienza, competenza, pazienza e cura, insieme alla speranza che il tempo lo aiuti ad ottenere un buon raccolto.
Ma pazienza e fatica non vanno molto di moda ultimamente, soprattutto tra gli adulti: tutto dev’essere “easy”, leggero, veloce, anzi immediato. Non c’è tempo!
Neanche per i figli.
Quando un genitore rinuncia ad intervenire in alcune situazioni, più che dal “non ci posso fare niente” dichiarato sembra mosso da un “non ci devo/voglio fare niente”, e quella che viene sbandierata come accettazione non è altro che un alibi per il disimpegno: meglio rimbrottare maestra e compagna, incapaci di accettare Sergio e i suoi lanci di bicchiere, che fare la fatica di insegnargli, giorno dopo giorno, a gestire i suoi “cinque minuti che saltano” in modo meno distruttivo.
La mamma di Sergio purtroppo non è l’unica: il disimpegno in educazione oggi sembra molto diffuso, paradossalmente non per ignoranza o mancanza di interesse, anzi. Pensiamo alle pubblicazioni sull’educazione dei figli, dalle riviste, ai manuali, alle trasmissioni televisive o radiofoniche, molto più numerose che in passato. Talmente numerose che a volte i genitori ci si perdono: spesso alla ricerca di ricette e formule magiche là dove a volte basterebbe il buon senso, ricevono moltissime informazioni, ma a volte non sanno come usarle, sono disorientati, nel vero senso della parola: privi di orientamento; e senza un orientamento, una direzione, un senso, anche validissimi principi e atteggiamenti relazionali, come l’ascolto e l’accettazione, vengono fraintesi e usati a sproposito.
A discapito dei bambini.

venerdì 2 novembre 2012

DSA

E' disponibile la nuova versione della Guida alla Dislessia per genitori, curata da Luca Grandi per l'Associazione Italiana Dislessia.
Nel mese di maggio 2012 l'Associazione Italiana Dislessia ha pubblicato la terza edizione della Guida alla Dislessia per genitori, realizzata grazie al contributo della Fondazione Johnson & Johnson, che ha creduto a questo importante progetto informativo permettendo la distribuzione gratuita in 50.000 copie.

La presente Guida è il frutto di un anno di lavoro durante il quale sono state riviste le riflessioni sui DSA (Disturbi Specifici dell'Apprendimento) riportate nelle precedenti edizioni, alla luce dei dieci anni di impegno dell'Associazione e della Legge 170/2010 "Nuove norme in materia di disturbi specifici di apprendimento in ambito scolastico" e relative Linee Guida di cui al Decreto Attuativo n.5669.

Questa Guida, dal taglio semplice e pratico, contenente considerazioni su quelli che sono i diritti del bambino dislessico e su quanto possa fare la famiglia, anche alla luce della legge 170/2010, vuole rappresentare uno strumento facile ed allo stesso tempo completo in mano a quei genitori che, sospettando di trovarsi di fronte ad un bambino dislessico o avendo terminato una valutazione diagnostica, sentano il bisogno di essere guidati lungo un percorso di conoscenza e di consapevolezza della Dislessia e dei DSA.

http://www.aiditalia.org/upload/guida_genitori.pdf



Un approfondimento sul disturbo oppositivo-provocatorio. Un disturbo che interessa circa il 3-5 % della popolazione scolastica. Informarsi è importante per identificare casi a rischio e programmare interventi mirati di sostegno e recupero. Questo è un libro gratuito per voi! buona lettura.

http://www.iccalvi.it/sito/alunni/didattica/dislessia/09_Disturbo_oppositivo_provocatorio.pdf